Aneddoti

  • LA SIGNORA DEL CASTELLO

    Le nuove generazioni amano rinominarsi: luca diventa calù, clotilde cloclo, pietro peter eccetera. Lo fanno persino i più piccoli, fin dall’asilo. Per questo, forse, sono stata chiamata in vari modi dai bambini che seguivo: gioggio con la gi doppia, gio come gioia, giovanna-pane, nonsochisei (mi chiamo giovanna, no sei di più…) e di recente, la signora del castello. Il che mi aveva incuriosito, anche perché proveniva da un piccolo uomo che non mi aveva mai incontrato, cui la mamma aveva detto solo che la stavo aiutando.

    Avrei scoperto il motivo di quella denominazione particolare solo perché, cercandone l’origine, avevo provocato una risposta. Decisamente insolita.

    Il signorino aveva ammesso di essere venuto… “a vedermi”, alla fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio; era arrivato tipo drone da una parte della mia casa che non si nota dall’esterno e che, in effetti, ha come confine un muro in mattoni ornato di merli ghibellini! Addocchiato qualcosa dell’interno, ne aveva dedotto che vivessi in un castello (il che non è, anche se sono stata arredatrice e se col marito condivido l’attrazione per il bello).

     

    Per il bambino la psicovisione, cioè il vedere a distanza, era una condizione normale (di cui naturalmente non aveva mai parlato con nessuno prima di allora). L’ho riscontrata in parecchi adolescenti, tacitata invece che sviluppata perché… li inquietava: la ragione faceva loro temere di essere dei diversi.

     

    Come saper suonare il piano e limitarsi a suonare il campanello. Mah!